Brevi riflessioni appena dopo le elezioni di Domenica 4 Marzo

L’esito elettorale genera una pesante incertezza sul prossimo assetto di governo, che potrà essere realisticamente costruito per il nostro paese. Nello stesso tempo ci consegna una geografia parlamentare e una distribuzione del consenso, che richiedono un’attenta e profonda lettura, per capire meglio quale orientamento di azione futura assumere. In ogni caso ci sono alcuni dati di fatto, da cui non si può prescindere.

Il Movimento cinque stelle vince nettamente la sua battaglia: non solo è il primo partito, ma incrementa notevolmente il proprio consenso e diventa necessariamente un attore determinante delle prossime trattative.

La Lega di Salvini ottiene la piena legittimazione della sua svolta nazionalista, sancisce definitivamente la sua mutazione rispetto alle origini e diventa il perno della coalizione di centro-destra (se mai ancora potrà esistere una vera coalizione) e relega ad un ruolo di secondo piano Forza Italia di Berlusconi. Per quest’ultimo le elezioni sono state un fallimento. Forse quello definitivo e senz’appello. Fallisce il suo tentativo di riproporsi al centro del sistema politico, come argine alle derive populiste e garante degli equilibri europei. Un tentativo palesemente e miseramente inconsistente, perché ancora una volta tutto centrato sulla sua figura, ormai decadente e ripetitiva.

Fallimentare è anche il risultato di Renzi e del Partito democratico, che va decisamente sotto anche quelle soglie “psicologiche”, che di volta in volta erano state indicate nelle scorse settimane come segno di tenuta. Credo che per Renzi non ci sia alternativa alle sue dimissioni immediate da segretario nazionale. Con queste elezioni finisce, almeno per il momento, il suo ciclo politico, già in profonda agonia dalla sconfitta referendaria e mai davvero recuperato, nonostante i segnali che gli venivano da più parti per cambiare radicalmente strategia. Fallisce soprattutto il suo tentativo di trasformare il PD in partito del leader: questo tentativo ha finito per alienare una parte della base “storica”, non ha intercettato l’elettorato giovanile e soprattutto non ha scompaginato i consensi delle altre forze politiche (cosa che sembrava possibile nel 2014; ma i processi politici sono molto più complessi di quanto possa sembrare nell’immediato). Se dunque la nuova formazione, ispirata da D’Alema, Liberi e Uguali, non può certo esultare per la sua performance elettorale, essa, per il solo fatto di esistere come frutto anche di una scissione dal PD, segnala come problematico questo disancoramento del PD dalla tradizione della sinistra.

In sintesi: domanda di un cambio radicale di classe dirigente e di strumenti di partecipazione politica (anche attraverso modalità eterodosse rispetto alla prassi consolidata della tradizione italiana) e esigenza di dare voce (con immediatezza di messaggi) alle ansie, alle paure, al disagio e persino alla rabbia e al rancore che attraversano ampi strati del tessuto sociale (che ancora non percepiscono i segnali , ancora deboli, della ripresa), mi sembrano che siano i motivi dominanti, che emergono dalle urne di domenica scorsa. Il Partito Democratico si è trovato schiacciato nella morsa di questi due fattori, senza saperli sviluppare e nonostante la buona prova data in questi anni di governo. Per questo occorre ricominciare. Non serve un congresso finalizzato esclusivamente ad una conta interna. Serve una nuova “costituente” del Pd, che sappia con coraggio, lungimiranza e radicalità riposizionare il partito in uno scenario completamente nuovo.