Uno dei fattori più evidenti dell’esito elettorale può essere riassunto in una parola: divorzio.                                        Divorzio tra esigenza di stabilizzazione del sistema e domande e bisogni diffusi in ampie zone della base popolare. Divorzio tra élites e popolo/ceti popolari.                                                                                                                                          Divorzio già in corso da diversi anni e che ha avuto una clamorosa manifestazione nel risultato implacabile delle urne. Entrano in rotta di collisione la responsabilità di governo, che è fortemente pressata dalla necessità di dare garanzie di stabilità e di continuità al sistema, e la capacità di dare risposte effettive e percepibili a una domanda di sicurezza diffusa, che buona parte della popolazione vive ancora sulla propria pelle (e in una maniera differenziata tra il Nord e il Sud del paese), nonostante i timidi segnali di ripresa. Questo cortocircuito finisce per esasperare la domanda di sicurezza. E questa “domanda esasperata”, ma reale, è alla radice del fenomeno politico più rilevante del nostro tempo e diffuso in tutta Europa, che definiamo con il termine populismo.

Di solito tendiamo a porci di fronte a questo fenomeno con un atteggiamento di alterità e di superiorità. Siamo propensi a vedere nel populismo un fenomeno perverso rispetto ad una corretta e democratica concezione della politica.

Anche se poi Renzi, che ha istintivamente compreso l’importanza e la rilevanza di questo fenomeno, ha cercato di fatto di cavalcarlo. Ma ad un certo punto l’essere al governo di uno dei principali paesi europei e contemporaneamente cavalcare la tigre del populismo ha rappresentato per lui una contraddizione insanabile, che alla fine l’ha fatto cadere. E’ importante mantenere un atteggiamento di alterità rispetto al populismo: è un modo per non confondersi acriticamente con una modalità di concezione e di esercizio della politica e del potere politico, che porta dentro di sé degli elementi di ambiguità e di pericolosità per l’equilibrio sociale e istituzionale. Tuttavia questa alterità rispetto al populismo non deve diventare indifferenza, presunzione e senso di superiorità. Se fosse così, finiremmo per essere del tutto irrilevanti rispetto ad uno dei nodi più importanti delle democrazie contemporanee: il rapporto possibile oggi tra poteri pubblici, istituzioni dello Stato, organizzazioni politiche(partiti e movimenti) e popolo nelle sue diverse articolazioni.

Questo è uno dei nodi cruciali, con cui le democrazie europee si stanno confrontando da tempo: nodo reso ancora più acuto dalla crisi del capitalismo finanziario e dalla trasformazione radicale dei partiti, che storicamente hanno saputo contemperare al proprio interno governo del sistema e contenimento della domanda sociale. Per questo occorrono un atteggiamento e una attitudine tesi a prestare attenzione nei confronti di un dato politico rilevante, che è il sintomo più chiaro di un movimento sociale molto complesso e reale. Questa attenzione può portarci a rendere più acuta la conoscenza della realtà e dei suoi problemi e a rafforzare la nostra volontà di affrontare con coraggio una prova politica molto difficile.

Come possiamo sostanziare questa “strategia dell’attenzione” dentro questa fase politica post-elettorale?

Per provare a sviluppare una risposta praticabile, credo che sia doveroso mettere in fila con franchezza alcune questioni che stanno emergendo in queste ore:

  1. in questa fase è utile immaginare un ricorso alle primarie per scegliere un nuovo segretario?
  2. Renzi è la persona giusta per gestire dentro il PD questa delicatissima fase di transizione, nella quale il PD dovrà scegliere se giocare o no la partita per la formazione del governo, nella consapevolezza che non siamo più come cinque anni fa al centro del campo gioco, ma in ogni caso possiamo decidere se stare fuori dal campo o entrare per giocare qualche ruolo o qualche posizione?
  3. Quali possono essere i criteri di fondo, che devono guidare la nostra azione in questa fase?

Provo a indicare qualche possibile risposta, secondo il mio personale punto di vista:

  1. non abbiamo bisogno in questo momento di ricorrere a primarie, che si tradurrebbero in un corpo a corpo, in una conta tra gruppi (magari rimescolati), senza affrontare i problemi veri che abbiamo di fronte a noi. Abbiamo bisogno di altro, di molto altro. Abbiamo bisogno almeno di un anno di tempo, in cui fare una grande operazione di ritessitura dentro il partito e tra il partito e i mondi vitali (culturali, sociali, economici) del nostro paese, con l’obbiettivo strategico di riposizionare un partito di centro-sinistra in uno scenario completamente nuovo; ci vuole una “nuova fase costituente” del partito;
  2. Renzi non è la persona giusta per gestire questa fase. La prova lampante di questo sta proprio nella conferenza stampa di lunedì, che lo ha visto arroccarsi fino al punto di mettere le dita negli occhi al capo dello stato. Non ci sono alternative alle sue immediate dimissioni. Questo vale anche per l’intero gruppo dirigente, che ha sostanzialmente fallito. Abbiamo bisogno di una fase di decantazione, che favorisca l’opera di ricucitura. Questa opera può essere opportunamente gestita, con pazienza e lungimiranza, da un gruppo di personalità credibili, libere dai giochi delle correnti dei palazzi romani e che siano espressione autorevole dei territori;
  3. Tenere insieme la strategia di lungo respiro e fare le scelte più opportune dentro questa contingenza politica è il compito di questo momento. Non credo che ci siano le condizioni perché il PD entri a far parte organicamente di una alleanza di governo. Ma credo anche che l’Aventino (al grido “opposizione, opposizione”) sia una strada poco lungimirante. Come sempre, in certi passaggi, la “via stretta” è quella più difficile, ma è anche la più vera e feconda. Allora forse bisogna utilizzare questi giorni e queste settimane per definire alcune condizioni politiche e programmatiche di azione parlamentare su cui incalzare le forze politiche, che hanno vinto le elezioni. Forse scavare nella storia repubblicana può aiutare a trovare “formule” utili anche per questa fase.